Vecchia Brera



Foto: Archivio Morlotti.









































Foto del 2019 da Google.
Andrea d







































data: 1966
durata: 00:01:08
colore: b/n
sonoro: sonoro
codice filmato: ID034603





Queste tre stupende immagini, del maggio 1889, mostrano lo scomparso Laghetto, o Darsena di San Marco, che si trovava dove oggi c’è quello squallido grande parcheggio nell’omonima strada.
Peculiarità di queste foto sono le strutture in legno montate dalla lavandaie per proteggersi dal sole e, contemporaneamente, per stendere i panni. Sono presenti in tutte le vedute e con strutture molto simili, forse realizzate dalla stessa mano o da artigiani che si erano specializzati nel montarle.
Bisogna anche sottolineare come tali strutture non compaiono in nessuna altra immagine del Laghetto, foto praticamente tutte scattate dopo il 1889; al contempo non si vedono nemmeno dei dipinti realizzati da vari autori, tra cui Angelo Inganni, e che risalgono alla metà dell’Ottocento.
Furono quindi delle strutture provvisorie, una sorta di “moda” passeggera, forse poi proibita dal Comune perché intralciava i barconi che giungevano nella darsena per scaricare i materiali e i generi alimentari che provenivano dal contado della Martesana, dal Lago di Como e dalla Valtellina.
Le capanne erano montate, come si vede, solo sul lato occidentale della darsena, oggi corrispondente ai civici dispari di via San Marco, dove oggi sfocia via Ancona, provenendo da via Solferino.
Nel 1889 quel tratto di strada che fungeva da sponda/porto del laghetto si chiamava pure esso via Ancona.
La strada venne intitolata alla città delle Marche nel 1863, in ricordo della battaglia del 29 settembre 1860, che permise la sua liberazione e la fine delle guerre risorgimentali nelle Marche e in Umbria.
Quando nel maggio 1935 il Laghetto di San Marco venne coperto, tutta l’enorme area occupata un tempo dall’acqua prese a chiamarsi via San Marco; la via Ancona perse quindi la metà del suo percorso, restando a collegare i chiostri di San Simpliciano con San Marco.
Il Laghetto di San Marco era l’esatto equivalente della Darsena di Porta Ticinese, l’una per le merci provenienti dal Martesana, l’altra per quelle che arrivavano lungo i Navigli Grande e Pavese.
A San Marco arrivavano i vini della Valtellina, il ferro lavorato dalle fucine di Lecco e della Val Seriana, i prodotti agricoli del contado della Martesana, oggi il Vimercatese, pietre e ghiaia dalla Brianza e dal Lago di Como.
Partivano per i campi della Brianza invece enormi quantità di letame e di deiezioni umane dei milanesi, raccolte in fetidi cumuli lungo via Ancona.
I gabellieri del Dazio controllavano i barconi, sequestrando regolarmente merce importata illegalmente; caffè, spezie e cioccolata svizzera venivano sequestrate e bruciate in enormi cumuli in piazza Mercanti, per la disperazione dei bambini.
L’altro lato si chiamò strada del Ponte Nuovo sino all’Unità, per poi venire ribattezzata via San Marco; quel lato della Darsena fu sempre ad uso esclusivo di carrozze e pedoni e dotata di balaustre prima in legno e poi in muratura, rendendo così impossibile alle lavandaie di svolgere il loro duro lavoro.















Alcune stupende immagini della chiesa di San Marco prima dei restauri compiuti dal Maciachini nel 1871.
Le origini della chiesa risalgono alla ricostruzione di Milano dopo la distruzione attuata dal Barbarossa e dai suoi alleati lombardi nel 1162. I milanesi ebbero il permesso di rientrare nella città nel 1167 e iniziarono a ricostruire la città, sotto la guida dell’arcivescovo San Galdino della Sala.
Dieci anni dopo, dopo la morte di Galdino, venne eletto arcivescovo Algisio da Pirovano, già notaio e membro di una importante famiglia di Capitanei originari di Missaglia. Nello stesso 1177 accompagnò papa Alessandro III in una visita pastorale a Venezia e al suo rientro in città dopo alcuni mesi, finanziò la costruzione di una chiesa dedicata a San Marco Evangelista, patrono di Venezia.
La chiesa venne affidata in origine ai Padri Giambonini, agostiniani, poi meglio noti come Eremitani. Furono costoro, sotto la guida di Lanfranco Settala, a ricostruire la chiesa nella prima metà del Duecento, ampliandola, in stile gotico e con tre navate.
Il campanile, iniziato a fine Duecento, venne terminato ai primi del Trecento, mentre le ricchissime decorazioni interne vennero realizzate nel medesimo periodo e furono finanziate dalla famiglia Visconti; grazie ai lasciti di Bernabò e Giovanni Visconti vennero anche ampliate la navata centrale e il presbiterio.
Le donazioni da parte delle famiglie nobili furono dovute alla concessione che papa Bonifacio VIII fece agli Agostiniani, nel 1302, di poter ospitare nelle loro chiese delle cappelle private e delle sepolture di nobili.
Nel 1334 Azzone Visconti chiamò a Milano Giovanni di Balduccio, il più quotato scultore pisano e tra i primi incarichi ebbe quello di realizzare lo splendido portale d’ingresso della chiesa di San Marco.
Negli stessi anni venne terminata anche la facciata col grande rosone, su progetto di un certo Menclozzo (nome di un’antichissima famiglia patrizia milanese, di cui faceva parte anche Adelmanno de’ Menclozzi, il cui volto si trova sopra il busto romano che conosciamo come l’Omm de Preja, o Scior Carera, la statua romana che si trova in corso Vittorio Emanuele).
Con una lunghezza di centodieci metri, San Marco fu per oltre un secolo la più grande chiesa di Milano, poi superata solo da San Francesco Grande, che era in realtà l’unione della basilica di San Nàbore e della chiesa di San Francesco.
Nel Quattrocento venne terminato il secondo chiostro del monastero e costruite altre cappelle. Sino alla costruzione dei Bastioni Spagnoli a metà del Cinquecento, la chiesa era nota come San Marco in Suburbis, per il trovarsi al di fuori delle Mura Medievali e al di là della Cerchia dei Navigli.
Nel Seicento, la bella facciata gotico-lombarda, in pietra nella metà inferiore e i classici mattoni di cotto nella metà superiore, venne stravolta totalmente cercando di darle forme barocche, con un pessimo risultato.
Nel 1862 la parte absidale venne demolita per aprire via Cernaia, accorciando la chiesa di quasi venti metri.
Nel 1871 venne affidata al Maciachini, reduce dal successo del Cimitero Monumentale, il restauro integrale della facciata, per riportarla allo splendore gotico del Menclozzo. Per una volta, il restauro fu un clamoroso successo, grazie alla fedeltà del Maciachini all’impianto originale e al recupero di tutti i materiali trecenteschi.
Unica concessione fantasiosa è la sommità del campanile, in origine piatto e a quattro falde, come quelli di Sant’Ambrogio, che dal 1885 presenta una cuspide conica progettata dal Mongeri.
Oggi la facciata di San Marco è ritenuta una dei migliori esempi di restauro filologico in Italia.
Nelle foto:
1-4 San Marco intorno al 1860.
5 La chiesa poco prima dei restauri, 1865-70 circa.
6 – 12 La chiesa dopo i restauri del 1871.
13 La sciagurata demolizione dei chiostri di San Marco negli anni Dieci.










